Piante velenose

 Introduzione

La flora italiana conta più di 4000 specie diverse di piante. Fra queste, quelle definibili in qualche modo pericolose ammontano, secondo le conoscenze attuali, ad un centinaio circa. Non è sempre facile far prendere coscienza al pubblico dell’effettiva pericolosità di alcune piante, anche perché tra quelle incriminate se ne possono scoprire alcune molto comuni, reperibili ovunque e con un aspetto decisamente innocuo. E’ questo il caso del ciclamino che, oltre al sottobosco, abita il terrazzo di casa nostra, dei coloratissimi anemoni, dei gialli ranuncoli che tappezzano tutta Italia nei campi primaverili, del rosso Anagallis, delle  profumatissime caprifoglio e  ginestra,  degli aromatici germogli di vitalba. Le dimensioni, la bellezza, il profumo od il piacevole aroma di una pianta non sono però criteri certamente sicuri per decidere se la stessa possa essere o meno pericolosa. Un criterio ancora meno sicuro è quello di affidarsi al fatto che la pianta sia comunemente consumata a scopo alimentare da animali a sangue caldo o da insetti. Infatti piante notoriamente tossiche per l’uomo possono essere invece innocue per alcune specie animali. I maiali, ad esempio, mangiano comunente e senza alcun problema i bulbi di ciclamino che sono invece tossici per l’uomo, così come gli uccelli beccano le bacche di vischio o di tasso che possono portare alla morte un bimbo in poche ore. Non sempre, inoltre, conviene prendere per buone le conoscenze tramandate per tradizione orale da parte di anziani che potrebbero non ricordarsi esattamente piante e dosi prescritte.

Non vogliamo certamente sostenere che dovremmo privarci del gusto di raccogliere, nelle dosi consentite dalle leggi vigenti, piante conosciute da sempre come la camomilla od il timo, di provare il piacere antico di confezionare una marmellata di ribes o mirtilli con frutti pazientemente cercati, di far conoscere ai nostri figli il sapore delle more appena colte. Dobbiamo però diffondere con forza il concetto che la natura non è solamente una sorta di “dispensa” da cui l’uomo può attingere continuamente senza  rispettare alcuna regola.

L’urbanizzazione della popolazione lascia oggi meno spazio alla trasmissione di esperienze generazionali, e d’altra parte, l’ambiente cittadino non è certo quello migliore per imparare a distinguere le piante “buone” da quelle “cattive”, come un tempo avveniva nella cultura contadina. Una volta però “proiettati”, come spesso accade durante le vacanze, in ambienti naturali, l’incontro con frutti all’apparenza gradevoli,  può indurre a comportamenti del tipo “cogli e mangia” talvolta solo “credendo” di conoscere la pianta. Purtroppo molte piante sono simili tra loro e soprattutto molti frutti sono assolutamente identici gli uni agli altri, così come certe bacche di ribes (eduli) sono simili alle bacche di Daphne mezereum  (pericolose), e come le bacche di mirtillo (eduli) sono simili a quelle di Daphne oleoides.    

La prevenzione in questo caso coincide esattamente con una conoscenza meno superficiale dell’ambiente e con un conseguente “rispetto” verso tutte le forme di vita, animali e vegetali. Un tale  compito educativo deve rivolgersi principalmente verso i giovani, anche se le scelte più “pesanti” dal punto di vista della politica ambientale sono prese  spesso non tenendo conto del rispetto degli equilibri ecologici.

Un immenso patrimonio di esperienze è tuttora conservato ed ancora quotidianamente utilizzato in civiltà molto lontane da noi come quelle Indiana, Cinese, e molte Africane. Un patrimonio non trascurabile era proprio anche delle nostre tradizioni popolari, costituendo notoriamente una fitoterapia “pratica” traente le proprie origini da culture mediche antiche, come quelle greca, romana, a loro volta condizionate dalla medicina etrusca ed araba. Proprio in Italia nacquero nel XVI secolo i primi “Giardini dei semplici” del mondo e già nel XIV secolo operava in Firenze la Scuola medico-chirurgica di Santa Maria Nuova, la più antica e importante del mondo occidentale fino al XVIII secolo. Certamente, nel tempo, le tradizioni locali hanno perso la loro importanza, ma resta il lavoro encomiabile di tutti quei ricercatori che, in questi ultimi anni, hanno cercato di riscoprire e documentare ciò che ancora resta di quel patrimonio di conoscenze, indubbiamente tuttora di importanza fondamentale per la ricerca medica.

Molte conoscenze sono tuttora da acquisire. Un numero ancora indefinibile, ma sicuramente elevato, di piante tropicali è in grado di fornire principi attivi indispensabili alla cura di antiche e nuove patologie. Per poter sfruttare in pieno questa ricchezza naturale occorre però che si arresti il processo di degrado dell’ambiente, soprattutto in quei paesi tropicali dove la biodiversità è più alta, e dove è quindi maggiori sono le probalità di riscontrare specie botaniche da cui poter estrarre principi attivi utilizzabili a scopo terapeutico. Una sfida questa, assieme a quella altrettanto importante per l’alimentazione, che andrà non solo combattuta ma inevitabilmente vinta se l’uomo vorrà ancora “abitare” per tempi lunghi questa pianeta.

 

Le piante velenose

 

Una pianta si può definire “velenosa” se contiene, in una qualsiasi parte, “principi attivi” in grado di arrecare un danno alla salute di chi ne viene, in qualsiasi modo, a contatto. Esistono piante che contengono tossine sistemiche in grado di provocare intossicazioni molto pericolose e potenzialmente mortali come il Veratro, l’Oleandro, la Belladonna, la Cicuta; altre piante invece contengono principi attivi che inducono reazioni di tipo flogistico-irritativo solo a livello locale, mentre altre ancora possono risultare dannose solo in soggetti particolarmente sensibili come coloro in cui si possono scatenare fenomeni allergici più o meno gravi.      

Molto spesso sentiamo parlare di piante “medicinali” e piante “velenose”, piante buone o cattive, secondo un vezzo, del tutto umano, di distinguere ciò che ci circonda in soggetti utili o meno a noi stessi. In realtà quando dividiamo le piante secondo queste categorie commettiamo un grosso errore di superficialità e di presunzione, fondati sull’assunzione di superiorità della nostra specie rispetto a tutto il resto dell’ambiente naturale che, al contrario, si è evoluto in genere molto prima di noi.

E’ del tutto evidente che non esistono in natura piante utili o piante dannose, ma è l’uso più o meno corretto che ne viene fatto da parte dell’uomo che determina il grado di pericolosità o di utilità di una pianta. La camomilla comune (Matricaria camomilla) è sicuramente una pianta innocua che consumiamo, adulti e bambini, regolarmente. Ha un’azione blandamente sedativa, calmante, favorisce sonni tranquilli. Ma un uso smodato, come l’assunzione di 5-6 tazze di infuso al giorno per lunghi periodi o a dosi particolarmente concentrate, può portare a disturbi cardiaci, seppur di grado lieve, ansia ed insonnia. Piante come il tasso (Taxus baccata) o la belladonna (Atropa belladonna) sono piante che, nel caso di ingestione, anche accidentale, possono potenzialmente portare alla morte. Eppure, non molti anni fa, dalle foglie e dalla corteccia del tasso si è estratto un principio attivo dimostratosi un efficace rimedio nel trattamento di alcuni tumori; l’atropina, estratta dalla belladonna, è un principio non solo diffusamente impiegato per lo studio della fisiopatologia oculare, ma soprattutto è farmaco di importanza fondamentale in medicina di urgenza ed antidoto in alcune pericolose intossicazioni. Gli alcaloidi presenti nelle foglie di Erythroxylon coca sono stati per secoli utilizzati nelle cerimonie religiose dalle popolazioni del Sud America. La cocaina, il più noto degli alcaloidi farmacologicamente attivi della pianta, è stata diffusamente impiegata nella prima parte del secolo scorso, in Occidente come anestetico locale e vasocostrittore nella chirurgia oculare ed otoiatrica; d’altra parte la diffusione dell’abuso della cocaina come stimolante ha portato ai noti problemi sanitari, sociali e politici legati al commercio e spaccio della droga. Tali concetti sono ben noti a chi tratta o si cura con metodi fitoterapici ed omeopatici, in quanto consapevole che alcuni rimedi comunemente usati in questi tipi di medicina, ormai non più “alternative”, sono farmaci potenzialmente mortali se usati scorrettamente, come ad esempio la stricnina. Anche alcune piante ornamentali, come la pervinca, possono rappresentare, al di là del loro valore estetico, un patrimonio importante per la medicina, nel caso specifico come fonte di farmaci per la lotta contro le leucemie.

I frutti rappresentano l’elemento vegetativo sicuramente più appariscente e soprattutto “invitante” della pianta. L’uomo, da sempre, ha utilizzato i frutti delle piante per la propria alimentazione cercando di coltivare le varietà migliori dal punto di vista organolettico o produttivo. E’ riuscito, in molti casi, a trasformare  frutti velenosi in frutti non solo eduli ma ricchi di vitamine e sali minerali; l’esempio più famoso è dato da piante della famiglia delle Rosaceae e soprattutto del genere Prunus, che annoverano alberi da frutto come il pesco, l’albicocco, il susino, il mandorlo. Tutte queste piante, così come il melo ed il pero, erano un tempo velenose e traccia della loro primitiva pericolosità è rimasta, ancora oggi, nei semi che liberano acido cianidrico, fortunatamente in piccole quantità. I semi hanno in genere colorazioni vivaci, rosse e nere, che servono da richiamo per quegli animali che hanno l’incarico, dopo averli ingeniti, di disperderli nell’ambiente, assicurando così la sopravvivenza della specie. Ma, oltre a questi animali, anche i bambini e qualche volta gli adulti (!) sono attratti dai colori e dalle appetibilità dei frutti, specialmente quelli carnosi e più grandi; sfortunatamente le loro aspettative non sono sempre soddisfatte ed in molti casi sia l’aspetto che la colorazione accattivanti nascondono insidie pericolose.

 

 

Epidemiologia

Le fonti principali di notizie relative all’epidemiologia delle intossicazioni, vere o presunte, da tossine vegetali sono i dati pubblicati dai Centri Antiveleni, che però fatalmente non registrano il non trascurabile numero dei casi trattati direttamente dai medici di famiglia e dai farmacisti.

Le intossicazioni da piante costituiscono il 4.8 – 6.6 % del numero totale delle richieste d’informazioni relative ad avvelenamenti, nelle casistiche armonizzate dei Centri Antiveleni Italiani relative all’ultimo decennio. Dati simili sono estrapolabili sia dall’analisi dei dettagliati Annual Reports dell’ AAPCC (American Association of Poison Control Centers), da cui emerge che nel 2002 il numero di chiamate giunte è risultato circa il 3.6 % del totale (84.578 su 2.380.028), sia dalle statistiche fornite annualmente dai Centri Antiveleni Europei. Dati altrettanto omogenei sono quelli indicativi sia dell’età dei pazienti  intossicati, in quanto in circa l’80% dei casi trattasi di bambini al di sotto dei 5 anni, sia di come le piante di appartamento rappresentino la maggiore fonte di esposizione. Fortunatamente la maggior parte di questi incidenti (80%) rimane asintomatica, mentre nel 15% risultano soltanto effetti minori da irritazione delle mucose orofaringee e gastrointestinali. Nel 7% dei casi è necessario ricorrere ad un approccio medico, ma in meno dell’1% sono osservabili segni di transitori (ipertermia, ipotensione, disorientamento) di intossicazione sistemica. In realtà poche specie botaniche (Nerium oleander, Digitalis purpurea,  Ricinus communis, Cicuta maculata, Solanum pseudocapsicum, Nicotiana glauca, Datura stramonium, Veratrum spp, Senecio longilobus, Colchicum autumnale etc.) sono in grado di indurre una intossicazione grave (0.02% dei casi) e rari (0.001%) sono i casi fatali riportati annualmente nelle casistiche internazionali. Il relativo impatto clinico delle intossicazioni da piante emerge dal confronto con i dati relativi al totale generale delle intossicazioni, che indicano un’incidenza di quadri clinici minori nel 22.3% dei casi, moderati nel 2.3%, gravi nel 0.3%, mortali nel 0.04%.

 

 

Modalità di esposizione

La modalità dell’esposizione dipende molto dall’età dei pazienti. L’elevata incidenza in età pediatrica, ovviamente per lo più accidentale, può essere facilmente spiegata considerando che i bambini più piccoli portano alla bocca e spesso masticano tutto ciò che sono in grado di raggiungere, come appunto le foglie, i fiori ed i frutti delle piante da appartamento, e dopo aver raggiunto un maggior grado di autonomia, di quelle presenti nell’habitat naturale. Dai 4 ai 7 anni è invece il gioco, parodia delle attività dei genitori (ad esempio la cucina), l’attività che gli espone al rischio.

Per quanto riguarda gli adulti, i rischi da esposizione sono, ancora una volta, nella maggioranza dei casi, di tipo accidentale sia per contatto che ingestione. Per contatto, tipicamente durante attività di giardinaggio o di orticoltura, si possono verificare segni e sintomi da irritazione locale di tipo fisico (penetrazione cutanea di spine, aculei) o chimica (diterpeni, lattoni, ossalati), fotodermatiti, dermatiti allergiche. L’ingestione di parti di piante tossiche è invece quasi sempre deliberata. Nella maggioranza dei casi si tratta di errori nel consumo di specie ritenute eduli, in altri casi di impiego a scopo suicidario, più raramente a scopo doloso. Talvolta si rilevano casi di intossicazione dovuti all’abuso di piante conteneti principi psicoattivi, come avviene per la Datura stramonium, (effetti allucinogeni ed anticolinergici), la Chata edulis, che contiene lo stimolante catinone, la Cannabis indica che contiene i cannabinoidi.

Un’ultima considerazione è necessaria relativamente agli effetti avversi dell’uso di preparati erboristici impiegati a scopo terapeutico, materia oggetto di frequenti revisioni, con emanazione periodica di “position statements” da parte delle associazioni scientifiche di riferimento. L’uso di rimedi erboristici e di cibi naturali ha avuto recentemente un’enorme diffusione in Occidente e si ritiene che circa il 25% della Farmacopea sia basata su rimedi “naturali”.

Un problema emergente, ormai noto ai tossicologici clinici, è quello legato all’impiego di rimedi terapeutici di derivazione vegetale spesso sconosciuta da parte di etnie di recente immigrazione che importano la loro “medicina tradizionale”, basata talora su piante o erbe esotiche. Altro problema nuovo è quello dell’abuso, crescente in certe fasce giovanili di popolazione,  di prodotti vegetali non autoctoni (cosiddette ecodroghe o smart drugs) contenenti principi psicoattivi generalmente eccitanti.

Un numero sempre maggiore di prodotti è quindi disponibile per la libera scelta dei consumatori. Il commercio di queste preparazioni non sempre è regolato da normative puntuali, ed i rischi relativi al loro uso non sono segnalati sistematicamente. Il rischio appare relativo, seppur difficile da determinare. La maggioranza dei casi noti possono essere attribuiti non alla tossicità  intrinseca della pianta stessa, ma alla sua sostituzione nel preparato con un'altra simile, alla contaminazione, deliberata o no, del preparato con sostanze chimiche, metalli, microrganismi patogeni. In qualche caso è in effetti la pianta stessa presente nel prodotto l’origine dei disturbi. Talvolta si tratta di piante la cui tossicità è nota, ma il preparato viene usato senza che i pazienti abbiano ricevuto una adeguata informazione sui potenziali effetti collaterali, o che gli stessi non siano riportati nel foglietto illustrativo. Tali informazioni, così come le garanzie sulla qualità, identità, purezza e sicurezza del preparato possono essere certe solo se il prodotto viene distribuito nei circuiti ufficialmente deputati. Come avviene per i farmaci di uso comune, gli incidenti possono essere dovuti al non rispetto delle dosi indicate, alle interazioni con i farmaci tradizionali o con gli alimenti.

Riassumendo, possiamo comunque concludere che le esposizioni a piante tossiche non sono rare, che colpiscono soprattutto i bambini sotto i 5 anni, che generalmente sono senza conseguente, ma in qualche caso possono causare gravi ripercussioni sulla salute degli individui colpiti.

Gli operatori sanitari dovrebbero quindi essere capaci di distinguere, nella moltitudine delle esposizioni, quelle banali da quelle in grado di provocare un serio pericolo. Tale compito può comunque risultare improbo dal momento che la pianta coinvolta resta molto spesso ignota. In molti casi, anche ad identificazione avvenuta, resta lo stesso difficile formulare una prognosi, a causa della variabilità da un caso all’altro, della quantità di tossine assunte.

Numerosi fattori condizionano infatti la portata clinica della singola esposizione ad una pianta tossica, quali:

•          Geografici (qualità chimiche del terreno);

•          Stagionali e metereologici (clima, variabilità delle precipitazioni);

•          Parte della pianta assunta (vairiabilità della concentrazione delle tossine nei frutti,     foglie, fusto, radici);

•          Assorbibilità e biodisponibilità delle tossine;

•          Fattori individuali (età, patologie concomitanti).

 

La tossicità delle piante è di solito legata al genere a cui esse appartengono, sebbene possano esistere notevoli variazioni fra le diverse specie; proprio per questo ne è fondamentale l’esatto riconoscimento. Il compito è spesso difficile come ad esempio può avvenire nel caso di una consulenza telefonica con una madre agitata perché il suo bambino ha ingerito un numero imprecisato di “piccole bacche rosse”, praticamente ubiquitarie, o perché dipende dall’assoluta ignoranza, a livello dell’utente come del professionista, sia del nome gergale che di quello botanico della pianta. Per questo, in caso di un’intossicazione da veleni vegetali, è raccomandabile che una porzione della pianta, comprendente anche le parti riproduttive, debba essere a disposizione dei sanitari o dei botanici per un tentativo di riconoscimento. A questo proposito esistono supporti consistenti in atlanti illustrati, databases impostati su chiavi di interpretazione, e da qualche anno innumerevoli siti web, di cui spesso non è possibile controllare né l’appropiatezza delle fonti, nè i criteri con cui vengono attinte le informazioni. Da rilevare, inoltre, che il management clinico dei casi è complicato sia dalla esigua presenza in letteratura di “case reports”, sia di linee guida di trattamento di queste particolari intossicazioni, sia dalla mancanza di antidoti verso la maggior parte delle tossine vegetali.

Sulla base di queste premesse è nata quindi l’idea di un progetto di collaborazione tra l’Orto Botanico di Firenze ed il Centro Antiveleni (CAV) della Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze per la creazione di un supporto multimediale, di agile consultazione, ad uso non solo del pubblico ma anche di quegli operatori sanitari, specialmente quelli appartenenti ai Dipartimenti di Emergenza Urgenza e dei Pronto Soccorso, che possano frequentemente trovarsi a contatto con casi di avvelenamenti più o meno seri prodotti da ingestione e/o contatto con materiale vegetale.

Lo scopo che ci siamo prefissi, fondendo da una parte il patrimonio di conoscenze dell’Orto Botanico con quelle del CAV, è stato quello di tentare di fornire un elenco il più completo possibile delle piante coinvolte in casi di avvelenamento in Italia, del quadro clinico che ne consegue, degli interventi appropriati da mettere in atto nei casi specifici.

     

Danni da intossicazioni vegetali

L’entità dei danni che si determinano, nel caso di un incontro occasionale fra una pianta contenente sostanze tossiche e l’uomo, è molto variabile. Seguendo un criterio basato su una scala di gravità potremmo parlare di piante “innocue”, di piante “pericolose” in grado di provocare, soprattutto per ingestione, intossicazioni più o meno gravi, di piante “mortali” come la Belladonna, il Veratro, l’Aconito, l’Oleandro. E’ opportuno però specificare che non esiste un criterio rigido per definire la pericolosità di una pianta, perché la quantità del principio tossicologicamente attivo presente dipende da una somma enorme di variabili, fisiche e biologiche, quali l’andamento climatico e la variabilità delle precipitazioni stagionali, le qualità chimiche del terreno, l’intensità dell’esposizione della pianta al sole. La gravità dell’intossicazione è inoltre strettamente correlata alla quantità di materiale vegetale ingerito, all’età dell’intossicato e al suo stato precedente di salute; questa mole di variabili, quindi, ne rende spesso la prognosi molto difficile.

Le tossine presenti nelle piante sono associate ad una varietà di manifestazioni cliniche molto ampia, potendo indurre effetti clinici dose-dipendenti (predicibili),  idiosincrasici (non predicibili), a lungo termine (da assunzione cronica), ritardati (carcinogenetici, teratogenetici). Quasi sempre una specie botanica contiene più di una tossina ed inoltre una tossina produce spesso più di un effetto biologico, complicando notevolmente la proposizione di una classificazione sistematica dei loro effetti nocivi.

Secondo molti Autori è comunque possibile tentare una classificazione degli effetti tossici che le piante esercitano sull’organismo umano in accordo all’area fisiologica principalmente coinvolta.

1)    Effetti tossici sul sistema cardiovascolare.

Le tossine presenti nelle specie cardiotossiche (Aconitum napellus: aconitina; Nerium oleander: glucosidi; Digitalis purpurea: glucosidi; Rhododendron spp: graianotossine) interessano direttamente il miocardio in senso meccanico (diminuzione o aumento della portata) e/o elettrofisiologico (aumento / diminuzione della frequenza, dell’eccitabilità, della conduzione in grado di generare ogni tipo di artmie), od il sistema vascolare periferico (vasodilatazione / vasocostrizione locale o sistemica).

 

2) Effetti tossici sul sistema nervoso centrale e periferico di tipo nicotinico (Conium maculatum: coniina; Nicotina glauca: nicotina), anticolinergico (Atropa belladonna, Datura stramonium: atropina ed alcaloidi atropino-simili), eccitatorio/proconvulsivante  (Cicuta spp: cicutotossina; Oenanthe: oenantotossina; Strychnos nux-vomica: stricnina), psicoattivo/allucinogeno (Myristica fragrans: miristicina), in grado di determinare:

a. disturbi delle funzioni degli organi di senso (particolarmente occhio ed orecchio);

b. alterazioni neurologiche e psichiatrico/comportamentali (midriasi, tremori, ipertermia, eccitazione, ansia, allucinazioni, convulsioni);

c. compromissione dello stato di coscienza fino al coma;

d. effetti indiretti sul sistema muscolare, mediati dal sistemi simpatico e parasimpatico,  che possono portare a blocchi parziali o totali dei muscoli legati alla meccanica respiratoria.

 

3) Effetti tossici sull’apparato gastroenterico da toxoalbumine (Ricinus communis; Robinia pseudoacacia), saponine (Aesculus hippocastanum; Helleborus spp; Ilex acquifolium), ossalati insolubili (Philodendron spp; Diffenbachia spp; Colocasia spp) inducenti gastroenteriti accompagnate da dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, con rischio nei casi più gravi di complicanze sistemiche da disidratazione e disordini elettrolitici.

 

4) Effetti tossici metabolici, come quelli provocati da semi di piante contenenti glucosidi cianogenici (Prunus laurocerasus, Prunus spp). Tali glucosidi, specialmente l’amigdalina, sottoposte ad idrolisi a livello gastrointestinale, liberano acido cianidrico che notoriamente si lega ai citocromi mitocondriali, bloccando l’utilizzazione  cellulare dell’ossigeno (anossia istotossica), con possibili gravi complicazioni come coma ed acidosi metabolica, a rischio di mortalità. Fortunatamente le usuali ingestioni di pochi semi non sono da considerare pericolose data la piccola quantità di glucosidi presenti.

 

         5) Effetti tossici renali:

a. acuti  da ipovolemia, rabdomiolisi o da necrosi tubulare acuta secondaria a shock o (insufficienza renale acuta);

b. cronici come quelli determinati dall’acido aristolochico (Aristolochia) che induce fibrosi dell’organo o da ossalati solubili, che si depositano a livello del nefrone come sali di calcio (insufficienza renale cronica).

 

6) Effetti tossici epatici da uso cronico (te, infusi) di piante contenenti alcaloidi pirrolizidinici (Senecio, Crotolaria, Heliotropium). La tossicità di tali alcaloidi è subordinata alla loro trasformazione metabolica in pirrolati, agenti alchilanti, in grado di determinare occlusione delle vene sovraepatiche, epatomegalia, cirrosi, epatocarcinoma.

 

         7) Reazioni cutanee localizzate di tipo flogistico e da sensibilizzazione.

a. Meccaniche dovute a penetrazione di spine, aculei, etc. (Diffenbachia, Philodendron, Euphorbia etc.) a rischio di contaminazione batterica e fungina.

b. Chimiche-irritative da ossalati, enzimi proteolitici, di terpeni (Euphorbia, Toxicodendron, Spathiphyllum, Urtica) inducenti eritema, prurito, vescicole, ustioni.

c. Dermatiti da contatto da sensibilizzazione ad allergeni (urusciolo) contenuti nelle piante (Amaryllidaceae, Anacardiaceae, Asteraceae, Brassicaceae, Euphorbiaceae, Liliaceae, Primulaceae, Rutaceae) caratterizzate da  eritema, vescicole, prurito, bruciore, vescicole.

d.Fitofotodermatiti da furanocumarine (psoraleni) fotosensibilizzanti (Apiaceae, Brassicaceae, Fabaceae, Moraceae, Ranunculaceae, Rosaceae, Rutaceae) caratterizzate da eritema, papule evolventi in bolle, residua iperpigmentazione indotti dall’esposizione cutanea alla luce solare (raggi UVA) dopo l’avvenuto contatto con le piante.

 

8) Allergie sistemiche di gravità e trofismo variabile (orticaria, edema di Quinck, asma, shock anafilattico).

 

 

 

Principi generali di trattamento

L’approccio terapeutico nei confronti delle intossicazioni vere o presunte da piante non si discosta da quello codificato per tutte le altre noxae tossicologiche. Fortunatamente, anche nella maggior parte delle esposizioni a piante sono sufficienti, una volta che queste sono state identificate, solo informazioni sulla eventuale comparsa di sintomi ed eventuali comportamenti da mettere in atto, e rassicurazioni sull’evoluzione dell’evento. Negli altri casi, in cui esiste un reale rischio tossicologico, possiamo ricorrere alle manovre di decontaminazione, depurazione, agli antidoti, senza ovviamente dimenticare l’importanza fondamentale del trattamento base-supportivo.

                                                                                    

 

Decontaminazione

Nei casi di ingestione la decisione di svuotare lo stomaco dipende dalla potenziale tossicità della pianta, dalla sintomatologia in atto, dal tempo trascorso dall’evento. In realtà è difficile rimuovere dal tratto gastro intestinale foglie, bacche, ramoscelli, perfino usando sonde oro-gastriche di diametro maggiore. Non secondario è il rischio dell’induzione di emesi nelle situazioni di ingestione di notevole quantità di materiale vegetale che potrebbe provocare ostruzione delle vie aeree. L’uso del Carbone Attivato è invece raccomandato.

Le ferite da penetrazione di spine, aculei, etc., inducono reazioni flogistiche locali di natura chimica o microbiologica. La rimozione accurata dei corpi penetranti, la profilassi antitetanica sono raccomandate, la terapia antibiotica può essere indicata.

 

Depurazione

Il tentativo di aumentare l’eliminazione delle tossine vegetali assorbite, ricorrendo a tecniche di depurazione non invasive (diuresi forzata) ed invasive (emoperfusione, emodialisi), non è generalmente fruttuoso a causa dell’alto Volume di Distribuzione di molte di queste molecole. L’uso del Carbone Attivato in Dosi Multiple rappresenta un’alternativa valida, presentando inoltre un rischio limitato.

 

Antidotismo

Pochi antidoti (farmaci specificamente capaci di ridurre o annullare l’azione tossica di un dato veleno) sono realmente disponibili per il trattamento delle intossicazioni da veleni vegetali; tuttavia  ne deve essere sottolineata  l’indicazione in alcune particolari e potenzialmente letali intossicazioni, quali quelle da piante contenti glucosidi cardioattivi (Digitalis purpurea, Nerium oleandrum: Fab antigitale), alcaloidi anticolinergici (Atropa belladonna, datura stramonium: fisostigmina), glucosidi cianogeni (Hydrangea macrophylla DC, Prunus laurocerasus L, Prunus sp.pl.: sodio nitrito, nitrito d’amile, sodio tiosolfato, idrossicobalamina)

 

Base supportivo

In ogni intossicazione sono essenziali: la protezione delle vie aeree, l’adeguata ventilazione, il sostegno della funzione cardiovascolare, il controllo delle convulsioni e dell’ipertermia, la previsione ed il trattamento dei danni d’organo o interessamento sistemico e delle eventuali complicanze .

 

 

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